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Il servizio di Musicoterapia al San Camillo: una presenza importante nel lavoro di riabilitazione
In questo primo articolo il professor Maurizio Scarpa, responsabile del servizio di Musicoterapia, ci spiega come la musica possa essere utile per il recupero di chi è colpito da afasia oppure dalla malattia di Parkinson.
All’interno del Presidio Sanitario San Camillo di Torino il servizio di Musicoterapia esiste da vent’anni. In questo lasso di tempo è stato possibile lavorare sul continuo perfezionamento delle metodologie riabilitative, in forma di cooperazione con gli altri servizi. Una “musica” ad ampio raggio. Dai trattamenti individuali per persone con danni neurologici importanti, gruppi di riabilitazione musicoterapica, e poi ancora concerti di musica dal vivo per pazienti e parenti durante tutto l’anno. Nell’ambito riabilitativo sono stati elaborati due modelli specifici di intervento: uno dedicato alle persone che hanno sviluppato un'afasia a seguito di un danno cerebrale e l’altro a chi soffre della malattia di Parkinson. Si tratta di metodologie che utilizzano la musica e, soprattutto, il ritmo per concorrere a ripristinare le capacità perse.
Per quanto riguarda l'afasia il protocollo applicato prende origine dalla MIT (Melodic intonationtherapy), modello musicoterapico standardizzato risalente agli anni Novanta. Successivamente sono state date dagli autori indicazioni di specifiche modifiche in relazione alle caratteristiche personali e patologiche del paziente. Questo nuovo modello prende il nome di MMIT (Modified intonationtherapy). Le reti neurali che sottendono l’elaborazione linguistica sono molteplici. Sebbene la maggior parte dei compiti verbali sia lateralizzata nell’emisfero sinistro, alcuni aspetti - come l’elaborazione della prosodia (intonazione verbale) - prevedono la compartecipazione di aree cerebrali lateralizzate a destra.
Tali reti sono anche implicate nella decodifica dello stimolo musicale inerenti al profilo melodico. Il paziente afasico, con danno selettivo nell’emisfero sinistro, mantiene preservate le capacità prosodiche grazie al supporto dell’emisfero non compromesso. Attraverso la stimolazione dell’emissione verbale accompagnata da un’accentuazione della prosodia (fino ad arrivare all’intonazione e quindi al canto), il terapista può facilitare la connessione tra l’intenzione comunicativa, i suoi significati e l’articolazione bucco-facciale, indispensabile per la produzione verbale.
Non è quindi la parola a indurre il movimento atto alla sua produzione, ma il significato evocato dalla sua intonazione legato anche alla memoria uditiva, preservata nel paziente. Il movimento bucco-facciale viene indotto da suono e significato, per poi arrivare al suo collegamento con il lessico vero e proprio inaccessibile ma non dimenticato. Il paziente entra in contatto con se stesso e impara a percepire al meglio il proprio corpo e le proprie emozioni al fine di ottenere un maggior controllo emotivo, corporeo ed espressivo.
La stessa cosa avviene nel trattamento per persone con malattia di Parkinson, ma ovviamente indirizzata alle sue specificità. Sappiamo che chi soffre di questa malattia perde parte delle capacità di controllo del movimento e del cammino: disordinato, non a tempo, e che in tanti casi si blocca lasciando la persona incapace di riprendere un passo regolare. La musica offre in questo caso un valido aiuto. Basti pensare a quando, ascoltando un brano, senza pensarci cominciamo a battere un piede a tempo, quindi con regolarità. È un’azione praticamente inconscia che si interrompe automaticamente con il cessare della musica o con una nostra distrazione.
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