La carrozzina a guida autonoma A.L.B.A. sbarca alla fiera della tecnologia GITEX di Dubai

2021-10-21
La carrozzina a guida autonoma A.L.B.A. sbarca alla fiera della tecnologia GITEX di Dubai

Continua il percorso di sviluppo e crescita di A.L.B.A., la carrozzina a guida autonoma, che questa settimana è sbarcata alla Gulf Information Technology Exhibition (GITEX) di Dubai.

Due prototipi innovativi sono stati presentati in una tra le più importanti manifestazioni fieristiche dedicata alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione negli Emirati Arabi Uniti, che si è svolta dal 17 al 21 ottobre.

A.L.B.A. (Advanced Light Body Assistants) è un sistema a supporto degli spostamenti del paziente che integra le migliori tecnologie provenienti dal mondo delle macchine a guida autonoma e della robotica.

L’obiettivo è creare un veicolo personale a mobilità aumentata che garantisca al paziente una maggiore autonomia e indipendenza in ambienti come gli ospedali e una migliore fruizione dei suoi servizi, grazie ai comandi vocali o da remoto.

Presentare i due prototipi in un contesto internazionale di tale portata permette di concretizzare l’idea di ALBA Robot di rendere smart le carrozzine tradizionali, puntando a migliorare il modo in cui si muovono le persone a mobilità ridotta con la creazione di veicoli personali autonomi e intelligenti.

Il progetto di questa carrozzina smart era stato presentato nel novembre 2019 presso il Presidio Sanitario, in un evento significativo di portata nazionale e internazionale. Ha poi ricevuto dalla Regione Piemonte il riconoscimento per poter proseguire nello sviluppo di un prototipo.

La nostra struttura, oltre a partecipare come “end user” all’interno del programma di sviluppo, è coinvolto con medici fisiatrifisioterapistiterapisti occupazionali, infermieri e informatici dell’Ospedale nonché con alcuni pazienti che hanno dato il loro contributo frutto delle esperienze, di breve o lungo periodo, vissute su carrozzine meccaniche ed elettroniche.

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Mi chiamo Alessandra Comazzi, sono giornalista, torinese, ho 67 anni e sono neuropatica. Mi occupavo di spettacoli, facevo il critico televisivo per un quotidiano, La Stampa. Adesso mi occupo soprattutto di tornare a camminare e di reimparare a usare le mani. Un bel salto anche emotivo. Perché c’è la fede, certo, ma poi ci sono la carità, e la speranza. Le tre virtù cardinali. E ho imparato che forse, in certi momenti difficili, proprio la speranza è la virtù più impervia.

Rosso 32. Era il mio codice identificativo al San Camillo, il presidio sanitario che a Torino è specializzato in riabilitazione. I reparti dell’ospedale hanno il nome dei colori, Verde, Giallo, Lilla, Azzurro e, appunto, Rosso. Il 32 era il numero del mio letto. Un modo, forse, per colorare la vita dei pazienti affetti da menomazioni e disabilità, molti dei quali con validi motivi per vedere la vita in nero fosco, al massimo grigio. Potrebbe sembrare un modo puerile per affrontare la sofferenza, ma i padri Camilliani sanno quello che fanno.

 

Leggi la testimonianza nell'articolo de L'Osservatore Romano

Alessandra Comazzi, giornalista piemontese, racconta in modo profondo e coinvolgente la sua malattia e l’esperienza fatta tra le mura del nostro Presidio.

Ecco qualche breve stralcio dell’articolo:

 

"Rosso 32. Era il mio codice identificativo al San Camillo, il presidio sanitario che a Torino è specializzato in riabilitazione. I reparti dell’ospedale hanno il nome dei colori, Verde, Giallo, Lilla, Azzurro e, appunto, Rosso. Il 32 era il numero del mio letto. Un modo, forse, per colorare la vita dei pazienti affetti da menomazioni e disabilità, molti dei quali con validi motivi per vedere la vita in nero fosco, al massimo grigio. Potrebbe sembrare un modo puerile per affrontare la sofferenza, ma i padri Camilliani sanno quello che fanno.”

 

Infine aggiunge un ringraziamento molto speciale:

"La mia è una semplice testimonianza, non ho competenze tecniche o scientifiche. In questo percorso che non è solo riabilitativo, ma è anche di fede e ringraziamento, vorrei restituire a tutte le donne e gli uomini che mi sono stati e mi sono vicini, qualcosa di quello che mi è stato donato. Il dono di medici, infermieri, operatori sociosanitari, fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, psicologi, è stata una continua ricerca di senso, oltre che di professionalità”

 

Leggi l’articolo per intero su La Stampa

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