Come interviene il terapista occupazionale dopo un ictus?

2024-07-04
Come interviene il terapista occupazionale dopo un ictus?

Il processo riabilitativo per gli esiti di ictus cerebrale è cruciale per consentire al paziente il massimo recupero funzionale delle attività della vita quotidiana: il terapista occupazionale è il professionista specializzato in questo percorso.

 

L’attività si concentra prima di tutto sulla motivazione e sull'autostima del paziente per il ritorno alla piena autonomia nell'ambito della gestione delle attività di tutti i giorni.

 

 

Gli strumenti utilizzati per la riabilitazione sono molteplici e variano in base alle esigenze del paziente.

In una prima fase post-ictus, è necessario lavorare per il recupero della funzione lesa.

Un ampio spazio viene per esempio dedicato alla rieducazione di prensione e manipolazione, cioè al recupero dell'uso funzionale dell'arto superiore: braccio e mano, infatti, sono indispensabili per gestire la quasi totalità delle azioni pratiche.

 

In una seconda fase, se permangono delle limitazioni di carattere motorio e cognitivo, il terapista occupazionale propone strategie facilitanti, metodi compensativi e adattamenti ambientali. Talvolta capita che si debba insegnare al paziente a vestirsi, lavarsi o addirittura cucinare con una mano sola.

 

In alcuni casi è necessario adattare il domicilio del paziente con ausili di vario tipo: 

  • maniglioni o corrimano nei punti strategici della casa
  • seggiolini all'interno del box doccia
  • sostegni sulla vasca da bagno per facilitare il movimento in autonomia e sicurezza.

 

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Mi chiamo Alessandra Comazzi, sono giornalista, torinese, ho 67 anni e sono neuropatica. Mi occupavo di spettacoli, facevo il critico televisivo per un quotidiano, La Stampa. Adesso mi occupo soprattutto di tornare a camminare e di reimparare a usare le mani. Un bel salto anche emotivo. Perché c’è la fede, certo, ma poi ci sono la carità, e la speranza. Le tre virtù cardinali. E ho imparato che forse, in certi momenti difficili, proprio la speranza è la virtù più impervia.

Rosso 32. Era il mio codice identificativo al San Camillo, il presidio sanitario che a Torino è specializzato in riabilitazione. I reparti dell’ospedale hanno il nome dei colori, Verde, Giallo, Lilla, Azzurro e, appunto, Rosso. Il 32 era il numero del mio letto. Un modo, forse, per colorare la vita dei pazienti affetti da menomazioni e disabilità, molti dei quali con validi motivi per vedere la vita in nero fosco, al massimo grigio. Potrebbe sembrare un modo puerile per affrontare la sofferenza, ma i padri Camilliani sanno quello che fanno.

 

Leggi la testimonianza nell'articolo de L'Osservatore Romano

Alessandra Comazzi, giornalista piemontese, racconta in modo profondo e coinvolgente la sua malattia e l’esperienza fatta tra le mura del nostro Presidio.

Ecco qualche breve stralcio dell’articolo:

 

"Rosso 32. Era il mio codice identificativo al San Camillo, il presidio sanitario che a Torino è specializzato in riabilitazione. I reparti dell’ospedale hanno il nome dei colori, Verde, Giallo, Lilla, Azzurro e, appunto, Rosso. Il 32 era il numero del mio letto. Un modo, forse, per colorare la vita dei pazienti affetti da menomazioni e disabilità, molti dei quali con validi motivi per vedere la vita in nero fosco, al massimo grigio. Potrebbe sembrare un modo puerile per affrontare la sofferenza, ma i padri Camilliani sanno quello che fanno.”

 

Infine aggiunge un ringraziamento molto speciale:

"La mia è una semplice testimonianza, non ho competenze tecniche o scientifiche. In questo percorso che non è solo riabilitativo, ma è anche di fede e ringraziamento, vorrei restituire a tutte le donne e gli uomini che mi sono stati e mi sono vicini, qualcosa di quello che mi è stato donato. Il dono di medici, infermieri, operatori sociosanitari, fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, psicologi, è stata una continua ricerca di senso, oltre che di professionalità”

 

Leggi l’articolo per intero su La Stampa

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