La malattia di Parkinson: una problematica affrontata al San Camillo con un lavoro di équipe

2020-03-04
La malattia di Parkinson: una problematica affrontata al San Camillo con un lavoro di équipe

Il dottor Piero Bottino segue al Presidio Sanitario i progetti legati alla malattia di Parkinson. Ci racconta di che cosa si tratti e come debba venire affrontata.

Che cosa intendiamo per malattia di Parkinson?
La malattia di Parkinson è la seconda più frequente patologia neurodegenerativa dopo la malattia di Alzheimer. Il termine “neurodegenerativa” indica una condizione progressiva di danno neuronale che aumenta nel tempo. In questa patologia il danno si manifesta in una particolare zona del cervello, detta “sostanza nera”, dove è prodotta una sostanza, la “dopamina”, un neurotrasmettitore che permette il controllo dei movimenti e di altre importanti funzioni del corpo. Nelle persone con malattia di Parkinson la produzione della dopamina progressivamente diminuisce, all’aumentare della degenerazione dei neuroni.

In che modo si manifesta?
I sintomi caratteristici della malattia sono legati a una diminuzione delle capacità motorie, quali la rigidità, il tremore a riposo (forse il sintomo più noto), la bradicinesia (movimento lento). Sono presenti in modo variabile nei pazienti: alcuni, infatti, possono non manifestare il tremore ma essere particolarmente rigidi, altri possono tremare in modo marcato ma non avere rigidità e così via, in molteplici varianti sintomatologiche. Altri sintomi si associano ai più comuni, tra cui i disturbi dell’equilibrio, l’alterazione della postura che porta all’atteggiamento camptocormico (cioè con ginocchia flesse, busto e spalle in avanti, passi strisciati), la festinazione, che consiste in una difficoltà a mantenere il ritmo della camminata, che accelera fino alla caduta, se non contenuta. Proprio le cadute sono un grave e frequente problema. La persona con Parkinson perde facilmente l’equilibrio, non è abbastanza pronta ad adattare la propria postura e non riesce a proteggersi dalla caduta, che spesso causa danni ossei anche importanti. Durante il cammino si possono verificare blocchi improvvisi o difficoltà a superare spazi stretti (porte, strettoie), con un tipico atteggiamento di “congelamento” (freezing). In tali momenti il baricentro avanza ma i piedi rimangono incollati a terra, esponendo il soggetto a un elevato rischio di caduta. La postura può essere alterata anche da una flessione del tronco verso un lato (Sindrome di Pisa).

Ci sono sintomi slegati dalle capacità motorie?
Altri sintomi frequenti sono l’alterazione della voce, che diventa poco intellegibile, la disfagia, cioè la difficoltà a deglutire, la scialorrea, una anomala e abbondante presenza di saliva nel cavo orale. 
Sono inoltre presenti sintomi non motori come i disturbi del sonno, l’alterazione dell’olfatto o la depressione (che possono precedere anche di anni l’insorgenza della malattia). Influiscono sulla qualità di vita la stipsi, pressoché sempre presente, l’incontinenza urinaria, le disfunzioni sessuali. Viene alterato anche il controllo della pressione arteriosa. Soprattutto negli stadi più avanzati si possono manifestare disturbi cognitivi, con deficit di attenzione, di memoria, delle funzioni esecutive. Si perde, ad esempio, la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente. I sintomi progrediscono nel tempo, tuttavia possono essere ben controllati dalla terapia con farmaci specifici. Dopo alcuni anni i trattamenti farmacologici richiedono aggiustamenti e aumento dei dosaggi. Si manifestano altri sintomi, sempre più invalidanti, e si riducono le autonomie personali.

Quali sono i soggetti più a rischio? C’è differenza di percentuale tra uomini e donne?
Sono state effettuate e sono in corso molte ricerche per determinare la causa della malattia di Parkinson. Tuttavia tale causa per non è nota e non sono conosciuti sicuri fattori di rischio. Alcuni farmaci possono causare sintomi simili alla malattia. L’esposizione ad alcune sostanze o a ripetuti traumi cranici (nello sport) sono stati studiati ma un chiaro legame non è sicuro. Certamente la prevalenza della malattia aumenta con l’età, in particolare dopo i 60 anni, ma sono presenti molte forme giovanili (dai 20 in poi). La distribuzione tra uomini e donne è sostanzialmente la stessa.

C’è qualche modo per prevenirlo?
La riabilitazione per la malattia di Parkinson prevede un approccio “multidisciplinare”, proprio per le molteplici difficoltà che emergono con il passare del tempo. La multidisciplinarietà, ormai riconosciuta come necessaria anche nella letteratura internazionale, prevede la contemporanea attuazione di strategie riabilitative diverse ma che si integrano tra loro. La fisioterapia permette di migliorare la postura, il cammino, la resistenza agli sforzi, la strategia per ridurre gli effetti del freezing e dei blocchi motori. A essa si associa la terapia occupazionale, attività riabilitativa mirata al rinforzo e al recupero delle autonomie quotidiane, oppure allo studio e alla messa in atto di strategie di compenso, quando alcune attività non sono più recuperabili nella loro pienezza. Queste attività, più motorie, non possono prescindere dall’analisi e dalla valutazione del quadro cognitivo, che influisce proprio sulle capacità di effettuare programmi motori, compiti specifici e in serie.

Quanto conta l'aspetto psicologico?
La componente psicologica influisce notevolmente sulle prestazioni. Molte persone sperimentano una maggiore difficoltà a muoversi e a compiere gli atti della vita quotidiana proprio nei momenti di maggiore stress e tensione, ad esempio quando ci si sente osservati da estranei. La psicologia, utilizzando tecniche di rilassamento, colloqui e mindfulness, cerca di alleviare queste fatiche. La logopedia permette di migliorare la deglutizione e la produzione del linguaggio, attraverso tecniche e strategie di sicurezza nella assunzione dei cibi e il rinforzo delle capacità di fonazione. La musicoterapia utilizza i suoni, le vibrazioni, il canto per ritrovare il ritmo del movimento e alleviare tensioni e paure. Il supporto degli infermieri e degli operatori sanitari è essenziale per gestire difficoltà nella gestione del quotidiano, delle terapie, della alimentazione e degli spostamenti.

Quali sono i metodi per la riabilitazione e per la cura dal Parkinson?
La riabilitazione è una attività sanitaria, svolta in contesto ospedaliero o ambulatoriale, che necessita di operatori specializzati ed è compresa nel mondo delle cure. È molto importante ricordare che il movimento, l’esercizio fisico e mentale, il coinvolgimento in attività ludiche sono essenziali per mantenere una buona mobilità e attività. È quindi importante partecipare a iniziative specifiche, non solo in ambito sanitario. La danza, il thai chi, il tango, la camminata sportiva e altre attività sono sempre più apprezzate per la loro efficacia.

Al San Camillo, com’è organizzata la struttura per la cura del Parkinson?
I trattamenti riabilitativi specifici per le persone con malattia di Parkinson sono effettuati tramite il ricovero in Day Hospital (ospedale di giorno). A seconda delle possibilità e delle esigenze dei pazienti, è possibile accedervi per due, tre o cinque giorni alla settimana, per cicli di ricovero della durata di quattro, cinque o tre settimane. Il programma è stabilito dal medico che prende in carico il paziente. L’accesso al DH deve sempre essere preceduto da una visita fisiatrica, durante la quale viene compilato il Progetto Riabilitativo Individuale, che costituisce il cardine della futura riabilitazione. È importante ricordare che la malattia di Parkinson spesso rende necessaria una sempre più importante assistenza da parte dei caregiver, spesso coniugi o familiari. A essi vanno riservati spazi di aiuto e ascolto. In terapia occupazionale si insegna loro la corretta gestione delle attività quotidiane: si cerca poi, quando possibile, di alleviare le ansie e le stanchezze che inevitabilmente insorgono con il passare del tempo. La logopedia coinvolge i parenti nella gestione della alimentazione in sicurezza. La neuropsicologia illustra e insegna a gestire le difficoltà cognitive, spesso difficili da capire e accettare. Gli infermieri svolgo un compito importante nell’assistere, consigliare, ascoltare chi si prende cura dei pazienti. I fisioterapisti mostrano ai caregiver le tecniche di mobilizzazione, di cammino, di trasferimento nella massima sicurezza e con la minor fatica possibile.

 

 

 

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